Pittura paesaggistica

I primissimi esempi di paesaggio come soggetto indipendente sono il Paesaggio con fiume di Leonardo Vinci(1473), per le opere grafiche, e il Paesaggio con un ponte di Albrecht Altdorfer (1518 circa) in pittura, se si eccettua una discussa tavoletta alla Pinacoteca nazionale di Siena (riferita ora ai fratelli Lorenzetti, ora a una maestro del primo Quattrocento come Giovanni di Paolo) quasi certamente un frammento di una composizione più ampia. Questi primi esempi fanno pensare però ancora a uno studio o a una timida prova per qualcos'altro, sebbene sia innegabile che anche nei soggetti tradizionali il paesaggio inziasse a ricevere, a partire dal XV secolo, un'attenzione nuova. Sia nelle vedute cittadine di sfondo alle Madonne fiamminghe, sia nelle dolci aperture collinari delle tavole italiane, si cerca ormai di dare una sensazione dello spazio aperto e dell'atmosfera, che culminerà con l'applicazione della prospettiva aerea di Leonardo da Vinci, che tanto seguito ebbe soprattutto a Venezia[1].

La scuola danubiana, in Germania, fece da apripista per rappresentazioni dei temi religiosi o storici dove il fulcro della scena veniva via via relegato in spazi sempre più marginali, trasformando lo sfondo nel protagonista, come fece magnificamente Bruegel il Vecchio. In Italia, qualche anno dopo, si assistette a qualcosa di simile, sebbene pervaso da uno spirito più idealizzato e meno inquieto, nelle lunette di palazzo Doria-Pamphili, in particolare nella Fuga in Egitto di Annibale Carracci (1602-1604), dove pur rifacendosi a esempi antecedenti, la sacra Famiglia sembra quasi ormai un pretesto per la rappresentazione di una luminosa veduta fluviale all'alba[1].

Il definitivo sdoganamento del paesaggio come genere a sé stante si ebbe comunque solo nel corso del Seicento, in Olanda: qui il venir meno della committenza religiosa, per ragioni storico-politiche, portò al clamoroso fiorire di una nuova pittura borghese, col trionfo di tutti i generi fino ad allora ritenuti minori, compresa la veduta paesaggistica. Ora cittadina, ora campestre, ora marina, ora centrata all'interno di edifici, la veduta va esplorando tutti i generi possibili, attraverso botteghe specializzate che garantiscono una produzione costante e diffusa, non più episodica e circoscritta alle particolari esigenze di un committente[1].

Nel Settecento il paesaggio si espresse nelle forme idealizzate, di ispirazione classica. Il sentimento del luogo settecentesco ha creato una varietà di invenzioni, dicapricci, di ricostruzioni sceniche, di vedute ideate, in cui l'artista si appagava e si commuoveva. La corrente estetica del vedutismo artificioso sollecitava l'immaginario e coincideva con il gusto dello spettacolo in sé: cogliere dal vero quanto serve a trasferire l'immagine nel sentire interiore. I pittori neoclassici, attratti dalla bellezza e perfezione degli artisti dell'antichità, imitavano la natura secondo precise regole codificate. Essi reagivano al disordine irrazionale della pittura rococò. I principi del bello ideale, rigidamente accettati, finirono per soffocare il neoclassicismo.

Nell'Ottocento, il secolo borghese, il paesaggio riprese quella fecondità e indipendenza come in Olanda due secoli prima. L'inconscio e l'istinto hanno caratterizzato parte della pittura romantica. Il fenomeno della luce e la genesi dei colori interessarono i pittori impressionisti e i macchiaioli. L'allucinazione e la dilatazione notturna, delle forme più varie, fece il suo ingresso nei paesaggi dei simbolisti. Il vedutismo incontrò poi il divisionismo che frantumò il paesaggio in sottili e minuti frammenti di luce. Le pitture giapponesi, indiane e persiane, che arrivano in gran copia in Occidente a fine Ottocento, sotto forma di riproduzioni a stampa, suggeriscono che lo spazio nel dipinto può anche non essere naturalistico, ma esprimersi in due sole dimensioni: quindi è superabile il bisogno della prospettiva.

Il Novecento ha visto il paesaggio rappresentato nelle forme più varie, fino all'intuizione di paesaggio nell'astrattismo. Il post-impressionismo ha meditato sugli affreschi di Piero della Francesca e sulla essenzialità di Paolo Uccello.